8,8 ore sprecate all'anno: il customer service ha un problema strutturale, non tecnologico

Una ricerca ServiceNow fotografa un customer service ancora frammentato e lento. Ma il problema non è la mancanza di AI: è che il CRM è ancora pensato per registrare, non per agire.

Pubblicato il 07/04/2026 · 6 min


Qualche giorno fa ho letto un articolo su Repubblica che riportava i dati di una ricerca di ServiceNow, condotta da ThoughtLab su 34.000 tra clienti, manager e addetti al customer service in tutto il mondo. Il titolo era diretto: i consumatori italiani perdono 8,8 ore all'anno a causa di servizi clienti poco efficienti.

Più di una giornata lavorativa. Ogni anno. Per problemi che, nella maggior parte dei casi, dovrebbero risolversi in pochi minuti.

Leggendo i dati nel dettaglio, però, quello che mi ha colpito non è stata tanto la dimensione del problema — che chiunque lavori nel CRM conosce bene — quanto la sua natura. Non si tratta di un problema tecnologico. Si tratta di un problema strutturale.


I numeri che fotografano la situazione

Il campione italiano della ricerca coinvolge 1.000 clienti, 200 rappresentanti del customer service e 110 manager. I dati che emergono raccontano una storia piuttosto chiara.

L'87% degli italiani preferisce ancora parlare con un operatore umano quando deve risolvere un problema. Non perché sia contrario al digitale — il 70% utilizza anche strumenti self-service — ma perché i canali alternativi non funzionano abbastanza bene: il 44% degli intervistati dichiara che gli attuali chatbot non riescono a comprendere le loro domande.

Sul fronte dei tempi di risoluzione, la ricerca è ancora più critica: ci vogliono in media tre o quattro giorni per chiudere un caso, anche in settori progettati per essere veloci come banking e telecomunicazioni. Nel manufacturing si arriva quasi a una settimana lavorativa.

Il risultato è che il 58% dei consumatori italiani valuta il customer service attuale come mediocre, scadente o pessimo. E il 48% afferma che dopo una singola esperienza negativa è pronto a passare a un concorrente.


Il CRM è ancora un sistema di reazione

Il riflesso condizionato, leggendo questi numeri, è pensare che la soluzione sia "più AI". La ricerca stessa, però, suggerisce una lettura diversa.

Il 45% dei consumatori riconosce che l'AI ha migliorato il customer service — soprattutto per la disponibilità h24/7 (60%) e per la velocità di risposta (36%). Eppure quasi la metà segnala la mancanza di empatia come uno dei principali motivi di frustrazione.

Filippo Giannelli, VP Italy & Israel di ServiceNow, lo sintetizza bene: "la maggior parte dei sistemi CRM è stata pensata per registrare le interazioni, non per risolverle". È una distinzione fondamentale. Il CRM tradizionale è uno strumento di documentazione: traccia cosa è successo, chi ha chiamato, quando, per quale motivo. Ma non è strutturato per orchestrare la risoluzione end-to-end di un problema che attraversa reparti diversi.

Puoi avere un chatbot che risponde alle 3 di notte, ma se il workflow sottostante è frammentato, il cliente arriverà comunque a un punto morto. E sarà costretto a ricominciare da capo.


Il lato nascosto del problema: cosa succede dall'altra parte

C'è un aspetto della ricerca che viene spesso trascurato nel dibattito sul customer service: la condizione degli agenti.

Gli operatori dedicano solo il 39% della settimana lavorativa alla reale risoluzione dei problemi dei clienti. Il resto è assorbito da lavoro amministrativo, navigazione tra sistemi diversi e ricerca di informazioni. L'87% degli addetti deve accedere a tre o cinque sistemi diversi per gestire un singolo caso. Il 27% cita i dati incoerenti del cliente come una delle sfide principali.

È un dato che riconosco per esperienza diretta. Quando un operatore deve tenere aperte più finestre contemporaneamente — CRM, gestionale degli ordini, piattaforma di ticketing, strumento di comunicazione — ogni interazione diventa cognitivamente costosa. Non perché l'operatore sia poco capace, ma perché il contesto è frammentato e ogni sistema parla un linguaggio diverso.

La conseguenza non è solo l'inefficienza operativa. È anche quella mancanza di empatia che i clienti lamentano. È difficile essere presenti con un cliente frustrato quando stai cercando di riconciliare tre record in sistemi che non si parlano tra loro.


Il gap tra chi vive il problema e chi lo gestisce

La parte della ricerca che trovo più interessante — e più preoccupante — riguarda il disallineamento tra clienti e management.

La mancanza di empatia è indicata dal 45% dei clienti come causa di frustrazione, ma è considerata priorità solo dal 22% dei dirigenti. Essere rimbalzati da un reparto all'altro crea insoddisfazione nel 50% dei clienti, ma è riconosciuto come problema significativo da appena il 22% dei manager.

Questo gap non è casuale. Significa che le priorità di investimento vengono definite a partire da una percezione distorta del problema reale. Si investe in tecnologia — chatbot, IVR, knowledge base — senza affrontare il nodo strutturale: la mancanza di un workflow connesso che attraversi front office, middle office e back office.

Solo il 38% delle organizzazioni integra dati provenienti da sistemi diversi in un'unica fonte. Solo il 24% dispone di strategie AI a livello aziendale in grado di abbattere le barriere dipartimentali. L'AI, in questo contesto, rischia di diventare un layer aggiuntivo sopra un'architettura già frammentata.


Cosa significa per chi lavora nel CRM

Dal mio punto di osservazione — chi lavora quotidianamente su architetture CRM, integrazioni e automazioni — questa ricerca conferma alcune convinzioni maturate sul campo.

Il CRM deve smettere di essere un archivio e diventare un motore di azione. Non basta raccogliere il consenso, tracciare l'interazione, registrare il ticket. Il sistema deve essere in grado di orchestrare la risposta: instradare automaticamente il caso, recuperare il contesto rilevante, notificare i team giusti, chiudere il loop con il cliente.

La segmentazione dei canali è necessaria, ma non sufficiente. Avere canali separati — email, SMS, WhatsApp, push — è corretto dal punto di vista del consenso e della comunicazione. Ma se queste informazioni non alimentano una vista unificata del cliente, con storico delle interazioni e stato aggiornato in tempo reale, la multicanalità diventa un labirinto.

L'AI ha senso solo se i dati sottostanti sono coerenti. Un agente AI che risponde a domande su un ordine deve poter accedere in tempo reale allo stato di quell'ordine e alla storia del cliente. Se i dati sono dispersi tra sistemi non integrati, l'AI non amplifica le capacità del servizio: amplifica le incoerenze già presenti.

E infine: l'empatia non è qualcosa da lasciare agli umani per default. Può essere progettata nel workflow. Un sistema che avvisa proattivamente il cliente di un ritardo, prima che questi chiami, è un sistema empatico. Un sistema che ricorda all'agente il contesto dell'ultima interazione abilita l'empatia, invece di eroderla.


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